Oltre lo specchio di Alice Salardi

India comanda colore

Ho sempre pensato che ogni paese fosse caratterizzato da un colore;  penso alla Svezia e vedo il verde, alla Cina e vedo il rosso, alla Grecia il blu.  La scala cromatica dell’India però quella è storia a sé, frammento di vita quotidiana.  Non vi è altro luogo dove è sufficiente guardarsi intorno per vedere moltitudini di colori in continuo movimento che si rincorrono in perfetta armonia, dove il colore rappresenti tanto quanto qui, dove sia così centrale nella vita di un popolo dalla nascita alla morte, al punto di diventare un linguaggio vero e proprio, codificato.  E’ un simbolo che tutti, sin da piccoli, sono in grado di riconoscere e decifrare nonché un valido aiuto per riuscire a districarsi nella più che affollata vita di strada.  Tutti i popoli hanno involontariamente attribuito a determinati colori dei significati precisi, basti pensare al bianco dei nostri abiti da sposa o al nero che si deve indossare ai funerali.  In occidente però sono eventi particolari che ci obbligano a determinati codici, qui è parte integrante delle quotidianità.  I sari indossati dalle donne e i dhoti degli uomini sono una vera e propria carta di identità di chi li porta, sono in grado di rivelarci la casta di appartenenza, la religione e lo stato civile.  Il concetto stesso di casta comprende quello del colore detto varna e di jati.  Ad ogni casta è associata il suo Varna.  Ai Brahamini, la casta più alta nella gerarchia sociale, formata da sacerdoti, sacrificatori e conoscitori di testi sacri è associato il colore bianco che simboleggia la purezza, la luce spirituale e si associa l’Età dell’Oro, la Sapienza e il Sole.  Ai Kashtra, casta dei guerrieri e dei principi è attribuito il colore rosso dell’espansione e si associa con l’Età dell’Argento.  Ai Vaishya, casta di chi esegue funzioni commerciali, quindi allevatori e agricoltori è legato il colore giallo della madre terra. Sono associati con l’Età del Bronzo che è il loro materiale simbolico (costituito da rame/rosso più stagno/grigio).  Gli Shûdra, la cui natura è destinata alle più varie funzioni di lavoro manuale, sono coloro che usano la forza fisica nelle loro occupazioni professionali e sono associati all’Età del Ferro, il cui colore simbolico è il cenere scuro.  E’ da notare che il Varna oltre a determinare la casta ne configura il grado di purezza e spiritualità, partendo dai Brahmini legati al colore bianco che hanno il potere di diffondere la religione, fino ad arrivare ai Shudra con il colore nero, gli impuri, ai quali non è permesso neppure offrire sacrifici agli dei.  Alla base della scala gerarchica ci sono i così detti “fuori casta”, gli avarna o intoccabili cioè coloro che lavorano a contatto con la morte, figli di unioni di jati diversi e barbari, quindi considerati impuri e senza colore.  A loro è proibito entrare nei templi e non hanno diritto alla cremazione.  Infine i sadhu, gli asceti indiani, riconoscibili per il colore arancio delle loro vesti, simbolo dell’ascesi e della rinuncia ai beni materiali.

Sebbene si stia lentamente abbandonando, la simbologia legata al colore del sari femminile è rimasta la stessa nel corso del tempo.  Il rosso è il colore del matrimonio, le spose lo indossano sia durante la cerimonia che in occasioni ufficiali.  Non è un caso quindi che anche il bindi (decorazione indossata sulla fronte simbolo del terzo occhio di Buddha ) e i tipici bracciali di cui le donne si adornano gli avambracci siano rossi in caso di donne sposate.  Il verde veniva generalmente scelto dalle donne musulmane probabilmente riferendosi alla bandiera islamica.  Il giallo invece è di buon auspicio ed era destinato alle giovani mamme ed è proprio con della polvere gialla che viene cosparso il volto dello sposo durante il matrimonio hindu.  Il blu è storicamente considerato impuro a causa dei suoi processi di lavorazione e quindi destinato alle caste inferiori, mentre il nero è il colore della tristezza e della cattiva sorte.  Il bianco, proprio come per le caste, è il colore più puro e rappresenta il lutto e i riti religiosi.  Perché non parlare anche di turbanti, tipico copricapo maschile particolarmente diffuso fra i musulmani del Rajasthan?  La scelta del colore è fondamentale e chi può permetterselo ne sceglierà uno adatto per ogni occasione.  Colori spenti come il blu, il marrone rossiccio o il kaki indicano un lutto in famiglia, mentre i motivi bandhani e Tie and Dye (modi di cucire insieme e decorare i tessuti), tipici anche del Gujarat (stato dell’India occidentale), e i colori brillanti quali rosso, arancio o giallo limone, segnalano la nascita di un figlio o di un avvenuto matrimonio nel clan.  Per la cerimonia matrimoniale vera e propria, invece, le stoffe del turbante per lo sposo e i parenti più stretti sono intessute di fili dorati o d’argento e adornate da accessori vari che li rendono particolarmente vistosi e buffi.  Solo i Sikh mantengono quotidianamente e ovunque i loro perfetti turbanti che non vengono mai rimossi.  Ne esistono di diversi colori e fatture;  il kaki è tipico dei poliziotti e militari, alcune sette religiose invece indossano un grande turbante blu con le insegne sikh appuntate ben in evidenza sul davanti; altre invece sia per gli uomini che per le donne, avvolgono il tessuto intorno alla testa senza nessuna piega e forma particolare, dandogli l’aspetto di un semplice copricapo piatto e circolare.  Difficilmente in Europa si ha la possibilità di assistere ad una vita cittadina che comprenda così tante sfumature.

Un delle feste più attese dell’anno dagli induisti è proprio l’Holi Festival, o meglio conosciuto come la Festa dei Colori , celebrata in tutta l’India e negli altri paesi a forte presenza hindu come il Pakistan o il Nepal.  La festa cade nell’ ultimo giorno di luna piena prima dell’inizio della primavera nel mese del Palghun (metà febbraio-metà marzo).  La festa che ha origini molto lontane, celebra il trionfo del bene sul male, la fertilità e l’arrivo della primavera.  La notte prima della festa vengono accesi dei grandi roghi, con lo scopo che la potenza e il calore del fuoco scacci le presenze negative e il male.  Il termine “Holi”, che dà il nome alla festa, non a caso significa proprio “brucia”.  Tutti si riversano nelle strade vestiti di bianco e cominciano a lanciarsi polveri colorate e acqua. Lo spettacolo ha del sensazionale, le strade sono palcoscenico di balli, canti, grida e tantissimi colori.  Nessuno è escluso dalla festa, neppure gli animali che per l’occasione vengono dipinti e ricoperti di ornamenti.  Anche in questa occasione niente è per caso: il verde rappresenta la vitalità, il blu la calma e l’armonia, l’arancione rappresenta l’ottimismo e il rosso la gioia e l’amore.  Dopo aver colpito la vittima con il gavettone colorato si esclama:  “Bura Na Mano Holi Hai!”, che significa:  “Non ti preoccupare, è Holi!”.  L’abitudine di lanciarsi addosso polveri colorate trae origine da una leggenda induista, che parla del grande amore fra Krishna e Radha.  Si narra che un giorno Krishna, geloso per la bellezza della pelle della sua amata Radha, decise di dipingerle la faccia, per renderla più simile alla propria. Proprio per questo, nel giorno di Holi gli innamorati usano dipingersi il volto a vicenda, in modo da sancire i propri reciproci sentimenti.  Nonostante la recente commercializzazione della festa, Holi rimane un’occasione importante per tutto il popolo indiano, capace di consolidare i legami sociali e appianare ogni conflitto con un colpo di colore.

India

Viaggio in India, Sadhu, Benares, Alice Salardi

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Holi festival india

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INDIA HINDUISM FESTIVAL HOLI

Viaggio in India, 2013 Alice Salardi

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Steve Mc Curry, Holi festival, 1996 , India

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