Oltre lo specchio di Alice Salardi

“ Architetti: non ci resta che riflettere….e scrivere!?”

Come molti altri studenti di architettura o ingegneria ho conosciuto Leonardo Benevolo studiando sui suoi famosi libri di storia dell’architettura moderna e contemporanea, ma solo recentemente mi è capitato fra le mani un interessante libricino che racchiude il pensiero, per niente ottimista, di uno dei più grandi storici e urbanisti del nostro secolo.  Abituata ai suoi pesanti tomi sulla storia dell’architettura lo scritto appare breve, non più di 150 pagine, ma non è da sottovalutare.  Il libro-intervista “La fine della città” guidata con sapienza dal giornalista Francesco Erbani, che lavora nella redazione culturale di Repubblica, ripercorre la vita lavorativa ed intellettuale di Benevolo scandita dall’evoluzione dell’architettura e dell’urbanistica nella metà del secolo scorso.  La riflessione sulla nuova dimensione urbana porta Benevolo ad amare considerazioni sull’Italia e il mal governo di cui si è caratterizzata negli ultimi 50 anni.  La città come si è abituati ad intenderla caratterizzata dai i suoi limiti, circoscritta, non esiste più;  ha invaso territori circostanti ed è uscita dai suoi confini con la conseguente impossibilità di distinguere la periferia dalla città.  L’uomo manifesta così la sua volontà di controllare e “organizzare l’infinità”, così Benevolo inizia la sua riflessione sulla fine della città.

Lo studioso si trova a frequentare la facoltà di architettura a Roma con quelli che diventeranno le figure più care al regime fascista, quali Piacentini, Del Debbio ed altri. La politica diventa protagonista nella gestione del territorio ed è proprio con essa che il riformista Benevolo trova più difficoltà.  Nei primi anni del dopoguerra con la ricostruzione in mano agli ex accademici fascisti sopracitati Benevolo si scontra con l’egemonia della Dc e il conseguente ostruzionismo a validi architetti al mondo accademico e a significative riforme.  Era infatti proprio Piacentini a guidare il piano casa e a decidere quali architetti potessero lavorarci.  Fu con l’Ina casa che a parer suo si rivelarono tutti gli interessi fondiari di una certa cerchia politica. Il piano era un mezzo per esercitare il proprio potere e agevolare la speculazione edilizia, non per rispondere alle esigenze di ricostruzione del dopoguerra, di conseguenza la pianificazione ne risultò disorganica.  L’intervista ricordando il lavoro di Benevolo ai Piani di Roma, Brescia , Urbino, Palermo e Venezia fa emergere un prezioso punto di vista:  quello degli enti locali, degli uffici tecnici e degli assessorati all’urbanistica dei comuni. Il suo contributo all’urbanistica di quegli anni si intreccia inevitabilmente con il primo governo di centro sinistra, tangentopoli fino ad arrivare a Berlusconi.  L’intervista ripercorre il percorso dell’urbanistica e come siamo riusciti a distruggerla:  “la distruzione del paesaggio italiano non è stato un fatto casuale o un risultato dell’incuria: è stata pagata in contanti”.  In questa fase Benevolo non risparmia di ammettere leggerezze nella progettazione legate ad un idea forse un po’ romantica di giovani progettisti come lui.  L’idea che una volta approvato un piano, in quanto legge trovasse la sua naturale applicazione nella realtà li portò a disinteressarsi delle procedure economiche ed amministrative così da far fallire l’intero progetto.  L’ingenuità con cui affrontarono questi incarichi sottovalutando gli interessi economici della classe dirigente e dei grandi proprietari terrieri ci porta a soffermarci sull’idea di architettura e soprattutto di urbanistica che ha Benevolo.  Di matrice cattolica progressista si è sempre prodigato per mettere al centro la sua opera, al servizio della collettività e dell’uomo comune.  Ne deriva il suo criticismo verso i moderni architetti e il loro modus operandi autoreferenziale e narcisista del tutto slegato, a parer suo, dal contesto in cui operano.  Gli architetti di oggi che poco hanno di filantropico non fanno che reiterare la stessa opera in luoghi diversi.  La fine della città affronta anche il rapporto di Benevolo con Adriano Olivetti, quello con Antonio Cederna, la sua proposta di progetto per i Fori imperiali a Roma e molto altro.  L’attualità di quanto descrive Benevolo è sconcertante per tutti noi che lavoriamo negli enti locali e nelle università oggi.  Quando però ci esorta con rassegnazione a scrivere di fronte all’inespugnabilità di questo sistema, io lì dissento.  Forse davvero in un periodo storico dove la disoccupazione è ai suoi massimi e chi ha lavoro si scontra con inossidabili logiche di palazzo, riflettere,aggiungo studiare e perché no scrivere sono l’unico antidoto e forse speranza.

Illustrazione di Alice Salardi

 

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